NOI RAGAZZI NON SIAMO CATTIVI

Il racconto della Comunità Papa Giovanni XXIII nell’ambito del progetto “Giovani protagonisti”, una risposta della diocesi di Bologna al disagio giovanile 

 

Gli amici di Fallu

Baby gang, risse, aggressioni, bullismo: “termometri” sociali di un disagio giovanile incontenibile, spesso dai risvolti drammatici. 

Una questione complessa e di non facile gestione per scuole, famiglie, istituzioni, e comunità del territorio.

E se dietro la sofferenza dei nostri ragazzi vi fosse la ricerca di nuovi significati?

La necessità di un mondo differente? Se lo chiedono esperti psicologi e addetti ai lavori rilevando tutta l’urgenza di non stigmatizzare, ma porsi in ascolto profondo delle rabbie dei nostri giovani, spesso maturate in contesti familiari difficili, o di marginalità sociale.

E’ questo che ha scelto di fare la diocesi di Bologna col progetto “Giovani protagonisti attivo da alcuni anni e che quest’anno ha assunto un carattere tutto particolare a fronte di un fatto drammatico accaduto alcuni mesi fa, che ha visto la morte del sedicenne Fallou Sall,  accoltellato da un coetaneo, ora recluso nel carcere minorile.  A partire proprio dalla scuola professionale frequentata dallo stesso giovane, si è sentita l’urgenza, di comprendere, oltre alla cronaca, di elaborare lo sgomento  per quanto successo, offrendo ai ragazzi strumenti educativi di ascolto profondo delle proprie emozioni, di dialogo e di  interazione.

Il progetto finanziato e coordinato dall’ Ufficio diocesano bolognese, si è avvalso della collaborazione di alcune associazioni del territorio da sempre impegnate nell’ambito della prevenzione al disagio e cura: CEIS, Open Group e cooperativa Comunità Papa Giovanni XXIII. Coinvolti circa 300 studenti delle classi Terze della scuola professionale “Fioravanti” e Itis “Belluzzi”.

Ogni realtà educativa è intervenuta secondo proprie specificità pur condividendo approccio e obiettivi di fondo, con il supporto per la ricerca del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna.

 

Progetto Giovani Protagonisti

 

Significativo il fatto che attraverso una metodologia partecipativa i ragazzi siano stati aiutati a definire le loro priorità e le tematiche da sviluppare. Specificatamente all’intervento della cooperativa “Comunità Papa Giovanni XXIII”, svolto su quattro classi, i temi scelti sono stati: La morte di Fallou,  le relazioni affettive speciali, le differenze e la violenza di genere, la dispersione scolastica.

E’ su questi temi che per alcuni mesi, a cadenza settimanale sono state realizzate attività di approfondimento e dialogo, poi sfociate anche in realizzazioni di prodotti artistici figurativi e musicali. Durante l’evento conclusivo, insieme alla restituzione delle singole classi è stato proiettato un video con la raccolta di tutti gli elaborati artistici dei giovani protagonisti. Erano presenti in un’aula magna straripante, tutte le autorità, monsignor Zuppi e gli stessi genitori di Fallou.

E’ stato un percorso intenso e non sempre facile” – a dirlo è Stefania Bruni educatrice della cooperativa “Comunità Papa Giovanni XXIII”, insegnante comandata per la prevenzione del disagio psicosociale e delle dipendenze. Stefania assieme a  Leonardo Guaraldi  e Matteo Stefani, ha condotto le attività educative per la Comunità Papa Giovanni XXIII.

“Colpisce sempre il grande divario che c’è tra i licei, gli istituti tecnici e i professionali, questi ultimi spesso ‘luoghi di confino’ per i ragazzi reduci da insuccessi scolastici. Nella classe del professionale infatti c’erano diversi minori stranieri tra cui alcuni neo arrivati, di diverse età, e tanti ragazzi ripetenti provenienti da altre scuole. Classi molto eterogenee, in cui i ragazzi avevano paura ad esporsi, paura di essere presi in giro. Ci sono stati anche momenti di tensione, situazioni in cui alcuni  hanno agito con comportamenti oppositivi e provocatori nei confronti dell’adulto, facendo anche atti di boicottaggio verso le attività proposte, ma non ci siamo arresi”.

 

cambiare il futuro

 

Quali le strategie educative adottate?

“Fin da subito abbiamo chiarito che noi pur essendo figure educative di passaggio desideravamo consegnare a loro e agli insegnanti un’opportunità. La possibilità di usare strumenti di dialogo attivi e compartecipati, quindi a differenza di altri nostri interventi, abbiamo chiesto che i professori rimanessero in classe, proprio perché potessero cogliere ciò che i ragazzi portavano, nella logica di poter dare continuità al percorso. Abbiamo chiesto loro di porsi come osservatori esterni, intervenendo solo durante le attività di confronto sul tema del ragazzo ucciso. Data la delicatezza dell’argomento, abbiamo voluto che le parole e le emozioni dei ragazzi trovassero accoglienza e conforto anche nella presenza dei loro docenti di riferimento.

Abbiamo cercato di coinvolgere i ragazzi realizzando con loro interviste, sondaggi, opere artistiche.  Assieme a loro abbiamo esplorato il mondo dell’affettività nelle relazioni speciali favorendo l’approfondimento del tema, prima in lavori a coppie e poi nel grande gruppo e mettendo in luce  i punti deboli e i punti forti dei loro rapporti affettivi.

Ci siamo giocati la carta delle testimonianze.  Sul tema della dispersione scolastica per esempio i ragazzi di una classe del Professionale che inizialmente avevano dichiarato l’inutilità della scuola e l’avevano paragonata a una prigione, sono rimasti particolarmente colpiti dal racconto di  Youssef. 

Youssef è un ragazzo che solo qualche anno fa si trovava dietro ai loro stessi banchi. A causa delle sue irrequietezze adolescenziali, si è trovato ad abbandonare precocemente la scuola. Finito in carcere, ora sta intraprendendo un percorso di rinascita nelle realtà della nostra Cooperativa. Alcuni ragazzi si sono sentiti toccati  dalla sua storia per alcuni aspetti così vicina alla loro. 

Sul tema affettività e violenza di genere, invece, abbiamo ascoltato le esperienze di Irene Ciambezi giornalista della nostra Comunità da sempre attiva a difesa delle donne vittima di violenza”.

 

 Cosa ti porti a casa a conclusione di questo percorso?

“Gli sguardi dei ragazzi incontrati. Il loro sentirsi inadeguati, ma allo stesso tempo il loro bisogno di  gridare: ’Esistiamo anche noi! E sappiamo fare bellezza !!’

Nei loro quadri attualmente esposti in una mostra scolastica e realizzati con varie tecniche e negli scritti raccolti in un brano rap da loro composto emerge con forza la frase:  ‘Noi ragazzi non siamo cattivi! Il mondo è nelle nostre mani se siamo vivi! 

 

Il mondo nelle nostre mani

 

In buona sostanza, i giovani hanno bisogno di fiducia, di essere ascoltati. Durante la restituzione finale del progetto, ho trovato particolarmente significativa la testimonianza di uno studente africano, da poco arrivato in Italia per vie e vicende non facili, che in un italiano impreciso, ma con coraggio e voce potente, ha espresso tutta la sua voglia di esserci, accogliendo l’ovazione dell’aula magna intera. Struggente poi l’abbraccio ai genitori di Fallou e il loro desiderio di trasformare rabbia e senso di impotenza per l’improvvisa e violenta perdita del figlio,  in azioni di prevenzione a favore di  altri giovani, per ritrovare in questo impegno educativo una nuova ragione di vita”.

Di Emanuela Frisoni